Non prendiamo più di quello che le api possono dare.
Prima di aprire il melario pensiamo alla colonia, non al raccolto. Se una famiglia è in difficoltà, si lascia stare.
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Che il miele dovesse sapere del posto in cui è stato fatto. Niente pastorizzazione, niente fretta, niente scorciatoie. Le api fanno il loro lavoro, noi cerchiamo di non rovinarglielo.
Siamo cresciuti tra Castelnovo Bariano, Castelmassa e Ficarolo, in un raggio di venti chilometri. Ci siamo conosciuti in tempi diversi: chi al liceo, chi alle sagre, chi all'università. Un sabato di novembre del 2020, chiusi in casa, ci siamo detti: e se mettessimo su qualche arnia?
Sandro
Ester
Luigi
Luca
Michele
«Volevamo che il miele assomigliasse all'Altopolesine. Cinque anni dopo, ci stiamo ancora provando.»
Anno zero
Arnie attive oggi
di miele nel 2025
Più che una filosofia, è una lista di scorciatoie che abbiamo deciso di non prendere. Si lavora più piano. Va bene così.
Prima di aprire il melario pensiamo alla colonia, non al raccolto. Se una famiglia è in difficoltà, si lascia stare.
Mai sopra i 35°C, la temperatura dell'alveare. Sopra, gli enzimi si rovinano e il miele perde quasi tutto quello che lo rende miele.
Solo tra apiari nostri, a corto raggio. Niente nomadismo lungo la penisola: stress per le api, miele meno identitario.
Il Millefiori del 2025 sa diverso da quello del 2024. È la realtà, non un difetto da nascondere.
Direttamente a chi lo mangia, dal sito o di persona. Così sappiamo dov'è finito ogni vasetto.
Assaggia un vasetto, o leggi il diario dell'apiario.